12 Marzo 2020 By rossana.amoroso Non attivi

Dismorfofobia

a cura della dott.ssa Manuela Santini - Psicologa

Nella società odierna l’immagine che diamo di noi stessi è diventata un elemento centrale sia del successo personale, sociale e, specie in alcuni ambiti, anche professionale.
Il desiderio di piacere ed essere apprezzati, preoccuparsi del proprio aspetto non può essere considerato di per sé patologico, così come non lo è ricorrere a correzioni estetiche per migliorare o per compensare difetti oggettivi del viso o del corpo.

Come in ogni campo però, anche in questo caso servono l’equilibrio e il senso della misura: due elementi chiave per discriminare tra la cura di sé e l’espressione di un disagio psicologico che si esprime nella persistente insoddisfazione di sé stessi. 
Di fronte a un’esagerata attenzione a dettagli trascurabili del proprio aspetto e al ripetuto ricorso a trattamenti cosmetici o interventi chirurgici più o meno invasivi, la probabilità è che sia presente un disturbo conosciuto come dismorfofobia, o come definito più recentemente dal DSM-5 disturbo di dismorfismo corporeo.
Nel DSM-5 il disturbo di dismorfismo corporeo è stato inserito nella categoria dei disturbi ossessivo compulsivi e disturbi correlati e diagnosticato con i seguenti criteri:

  • Preoccupazione per uno o più difetti o imperfezioni percepiti nell’aspetto fisico che non sono osservabili o appaiono agli altri in modo lieve;
  • A un certo punto, durante il decorso del disturbo l’individuo ha messo in atto comportamenti ripetitivi (ad esempio, guardarsi allo specchio; curarsi eccessivamente del proprio aspetto; stuzzicarsi la pelle, ricercare rassicurazioni) o azioni mentali (ad esempio, confrontare il proprio aspetto fisico con quello degli altri) in risposta a preoccupazioni legate all’aspetto.
  • La preoccupazione causa disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti;
  • La preoccupazione legata all’aspetto non è meglio giustificata da preoccupazioni legate al grasso corporeo o al peso in un individuo i cui sintomi soddisfano i criteri diagnostici per un disturbo alimentare.

Il disturbo di dismorfismo corporeo è diventato un problema piuttosto presente negli ultimi decenni, arrivando a interessare, secondo le stime, circa il 2,5% della popolazione generale e addirittura il 7-15% delle persone che si sottopongono a cure dermatologiche/cosmetologiche e/o interventi di chirurgia estetica. Tuttavia, secondo gli esperti, le prevalenze stimate sulla base degli studi epidemiologici rappresenterebbero soltanto la punta dell’iceberg, infatti i casi reali sarebbero molto più numerosi, ma sotto-diagnosticati a causa di una generalizzata tendenza a sottovalutare i sintomi del disturbo, nonché alla mancata ricerca di aiuto psicologico da parte dei diretti interessati.

Chi presenta un disturbo di dismorfismo corporeo considera reale e intollerabile un determinato difetto fisico e assolutamente legittimo cercare di eliminarlo in ogni modo. Questo disturbo interessa donne e uomini quasi in egual misura (leggermente maggiore tra le prime) e può insorgere in qualsiasi momento della vita.

Secondo recenti studi parrebbe però che esistono due età a maggior rischio: l’adolescenza, quando le intense e repentine trasformazioni del corpo possono essere particolarmente difficili da “metabolizzare”, e i 45-50 anni, quando i primi segni dell’invecchiamento si scontrano con il desiderio di piacere a prescindere dal tempo che passa e con i dettami di una società che vorrebbe tutti sempre giovani e belli. L’individuo può sviluppare in conseguenza di questo disturbo comportamenti dannosi per la propria salute poiché possono evolvere in anoressia e bulimia. Questa patologia può inoltre frequentemente causare depressione, fobia sociale, disturbi ossessivo-compulsivi e problemi relazionali.

Nonostante le cause restino in gran parte da definire, sia sul piano biologico sia su quello psicologico, il disturbo di dismorfismo corporeo può essere efficacemente curato sia attraverso terapie farmacologiche congrue sia con l’aiuto di un professionista psicologo. La Terapia strategica breve, ad esempio, ha mostrato un alto tasso di successi rispetto a questa problematica attraverso protocolli testati ed efficaci per il trattamento di questo disturbo.